Mario Felicori

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1° parte - LA PASSIONE PER I TRENI (veri)

Viaggio a CALUSO negli anni '50

La passione per i treni (veri) inizia da bambino quando mio padre, operaio elettricista ferroviere, mi prendeva con lui nelle trasferte che ogni tanto faceva per consegnare  del materiale elettrico. Essendo figlio di un ferroviere, di viaggi ne ho fatti molti, ma quelli più significativi e che ricordo con più emozione erano quelli, che da bambino, facevo ogni anno durante le vacanze con i  miei genitori e mia sorella, per andare a trovare il nonno e le due zie, a Caluso, un paesino del canavese in provincia di Torino. Il viaggio era molto impegnativo. Dovevamo prendere 3 treni, e ci impegnava quasi tutta la giornata. Il primo tratto era Bologna-Milano, il secondo Milano-Chivasso ed il terzo Chivasso-Caluso. Si partiva da Bologna al mattino presto. Salivamo sul  Lecce-Milano, che era già pieno, perciò per questo tratto dovevamo stare in piedi nel corridoio. Un po’ mi dispiaceva perché il mio posto preferito era nello scompartimento, vicino al finestrino.

Durante il viaggio, per passare il tempo, verificavo con l’aiuto di mio padre, la velocità del treno controllando il tempo che intercorreva tra casello e casello. E nella tratta per Milano il treno viaggiava anche a 120 Km/ora. Quando si fermava nelle stazioni, ricordo le voci cantilenanti  dei venditori dei giornali, o dei ristoratori, “panini, aranciata coca-cola”. Dopo la stazione di Piacenza un rumore inconfondibile mi sorprendeva, era il treno che si infilava nel lungo ponte in ferro sul Po. L’arrivo a Milano era un’altra emozione. Il parco dei binari della stazione era immenso, perciò il treno cominciava a rallentare molto prima,  e questo mi dava la possibilità di ammirare con attenzione tutto ciò che si presentava. Accompagnato dalle oscillazioni della carrozza e dallo stridore delle ruote al passaggio sugli scambi, mi affacciavo (finalmente) al finestrino, potendo vedere il treno nella sua totalità snodarsi come un lungo serpentone di cui ero orgoglioso di farne parte.

 Davanti a me vedevo una moltitudine di binari, scambi, torri di segnalamento, tanti pali per le linee elettriche, locomotive da manovra che formavano treni merci, operai al lavoro, treni passeggeri  provenienti da altre località che si affiancavano al nostro o treni che  andavano in senso opposto, e tante locomotive a vapore. Era il perfetto paesaggio per un magnifico diorama.  Poi il treno, lentamente si introduceva sotto a grandi archi in ferro che ospitavano i marciapiedi della stazione. La prima volta che la vidi rimasi affascinato e sorpreso per la grandezza delle arcate, e anche perché non immaginavo che fosse terminale, e chiesi a mio padre come facevamo ad arrivare a Caluso se i binari finivano lì.  I rumori sotto gli archi erano attutiti, nonostante ci fosse della confusione . Alcuni  viaggiatori scaricavano le loro valigie dai finestrini, altri abbracciavano i loro parenti, i facchini si affannavano a caricare bauli sui carrelli ecc., mentre la voce posata dello speaker che annunciava l’arrivo o la partenza dei treni dai rispettivi binari, sovrastava questa atmosfera caotica. Scesi dalla carrozza percorrevamo  il marciapiede per recarci all’uscita. Finalmente arrivando in testa al treno vedevo (con emozione e curiosità) il tipo di locomotore che ci aveva trasportato. Allora (anni 50) era un mastodontico locomotore E428 con i caratteristici cassonetti anteriori e posteriori, e passandoci vicino mi compiacevo con il macchinista che ci guardava soddisfatto  dall’alto del suo finestrino.

In attesa di prendere il successivo treno per Chivasso, sulla Milano-Torino, facevamo un giretto davanti alla stazione, mi ricordo le fondamenta del grattacielo “Pirellone”. Poi ritornavamo  nella sala di attesa per fare uno spuntino. La sala di seconda classe l’ho in mente molto grande con dei soffitti alti e delle grandi panche, su cui apparecchiavamo la tovaglietta  per mangiare qualche panino, io preferivo il  pollo che la mamma aveva preparato il giorno prima, (era eccezionale).  Sarà strano ma quel sapore l’ho ancora in mente, (ah i polli di una volta….) Finito il pasto ci preparavamo per andare sul marciapiede dov’era in partenza il treno per Torino. In quel periodo la linea non era ancora elettrificata,  così il convoglio era una locomotiva a vapore. Nascendo a Milano il treno  era quasi vuoto, così potevamo scegliere la carrozza che preferivamo. Finalmente mi sedevo dentro lo scompartimento vicino al finestrino. La locomotiva a vapore,  in partenza era più lenta del locomotore elettrico, ma progressivamente la velocità si faceva sostenuta, tanto che facevo a gara con le auto che percorrevano la strada parallela  alla linea ferroviaria per vedere chi era più veloce. Seduto ci stavo poco, perché sul treno mi piaceva girare, e con il permesso dei miei genitori percorrevo il corridoio, passando, con un po’ di timore, tra una carrozza e l’altra fino ad arrivare all’ultima dove potevo vedere i binari, le stazioni e tutto il paesaggio dal fondo del treno. Mio padre mi teneva informato delle stazioni che passavamo, per essere pronto a scendere a Chivasso.

Arrivati a Chivasso, dovevamo aspettare la coincidenza per Caluso. Non avendo ancora visto la locomotiva da vicino ero molto curioso. Il rapido tintinnio della campanella della stazione, annunciava l’atteso arrivo. Finalmente da lontano appariva una piccola sagoma fumante che avvicinandosi diventava sempre più grande, rallentando fischiava e sbuffava. In quel periodo aspettavamo il treno tra un binario e l’altro, non c’erano i sottopassi, e il marciapiede era distante. In mezzo ai binari, con la mano stretta forte a quella di mio padre, fremevo  all’arrivo del treno. Sussultando al fischio del macchinista, a meno di un metro da me, passava questo mostro di ferro che faceva tremare il suolo. Le grandi ruote rosse bordate di bianco mi sovrastavano, contrastando il nero lucido della locomotiva. Avvolto da una nube di vapore bianco, vedevo i biellismi in movimento mentre mi attraversava un brivido lungo la schiena, e il macchinista con occhialoni scuri, appoggiato al balconcino della locomotiva controllava la situazione, da vero “padrone del vapore”.

 Il nostro treno arrivava da Torino, staccavano la locomotiva e ne agganciavano un’altra dalla parte opposta in modo da tornare indietro e deviare per Aosta. Questo era il tratto più breve, la velocità era moderata , così mi potevo affacciare al finestrino godendomi il paesaggio, anche se la fuliggine del carbone mi  impregnava i capelli e la maglietta, (per la gioia di mia madre). Dopo circa mezz’ora, l’arrivo a Caluso. Di solito arrivavamo verso le 15, e ad aspettarci con visibile eccitazione (anche per noi) c’erano zia Teresa e zia Rosa, mentre io già pensavo al viaggio di ritorno.

Questi ricordi li avevo dimenticati, ma grazie a voi li ho rivissuti emozionandomi nel raccontarli.

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 Un cordiale saluto a tutti

Mario Felicori  “un ragazzo del 43”

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